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Che riso si usa per gli arancini? Semplice, il riso di Sicilia!

A un secolo dall’abbandono della risicoltura in favore degli agrumeti, un gruppo di studiosi e ricercatori dell’Università di Catania e si unisce a Slow Food e ad alcuni agricoltori della zona per riportare il riso in Sicilia

Un evento unico sabato 16 novembre, organizzato da Slow Food di Lentini con il supporto di Slow Food Sicilia e Italia Nostra al Palazzo Beneventano. Una mattinata alla riscoperta delle radici storiche del riso, approdato in Sicilia intorno al IX insieme agli Arabi e diffusosi in tutta la penisola verso il Nord. Così racconta la professoressa Maria Concetta Calabrese dell’Università degli Studi di Catania durante il suo intervento.

Le prime coltivazioni di riso siciliano furono introdotte intorno al 1600 e fino al 1800 conobbero la loro massima estensione. Salvatore Giuffrida, Slow Food Sicilia, ricorda che “in quel periodo la piana di Lentini era la più vasta e importante per la produzione del riso. E’ plausibile pensare all’esistenza di un complesso di impianti per la sua lavorazione, soprattutto mulini”. Tra i protagonisti dell’epoca Giuffrida ricorda i Baroni di Sigona, che investirono nella coltivazione del riso e nelle infrastrutture necessarie.

Oggi è proprio la mancanza di infrastrutture il tallone d’Achille per i risicoltori in Sicilia. Sebastiano Conti – ma chiamatelo Nello – lo ha spiegato bene durante il suo intervento. Sì perché per riportare il riso in Sicilia ci vuole ambizione e grinta, ma anche coraggio. La regione è di per sé ricca d’acqua, ma priva delle opere irrigue necessarie all’agricoltura. Nella scorsa campagna Nello ha perso il suo raccolto a causa di un’alluvione che ha spazzato via i campi nel giro di poche ore. “Uno dei problemi maggiori in Sicilia è la mancanza di manutenzione delle infrastrutture, opere datate che ad oggi non garantiscono l’apporto irriguo necessario per l’agricoltura. Si creano così dispersioni e inefficienze”. Insomma, la buona notizia è che l’acqua in Sicilia c’è, ma ci vuole una programmazione di interventi per gestirla, conservarla e fornirla gli agricoltori.

Intanto Nello Conti continua a coltivare riso biologico, che presto troverete in commercio con il marchio Agribio Conti, e ad investire sulla ricerca delle varietà di riso migliori per questo territorio. Massimo Biloni, agronomo e fondatore di I.R.E.S. (Italian Rice Experiment Station), gli sta dando una mano. “In Sicilia il clima è sicuramente più adatto alla risicoltura rispetto al nord Italia, grazie alle temperature miti e all’influenza marina”.

La collaborazione nata tra I.R.E.S. e l’Università di Catania ha portato alla creazione di un campo catalogo varietale in cui il professor Paolo Guarnaccia conduce test per individuare le cultivar più performanti e in linea con le richieste del mercato. A livello locale Guarnaccia sostiene che si possa portare avanti, insieme a Slow Food, un progetto di educazione alimentare per ridurre l’acquisto di prodotti industriali e puntare sull’acquisto di beni locali, anche grazie ai Mercati della Terra, al fine di migliorare le condizioni economiche della zona e di salute dei consumatori.

Sono intervenuti al convegno anche il sindaco di Lentini Saverio Bosco, il presidente regionale di Slow Food Sicilia Rosario Gugliotta, il presidente di Italia Nostra Giorgio Franco e il fiduciario di Slow Food Lentini Antonio Russo. Al termine della mattinata abbiamo degustato il piatto a base di riso più tipico della Sicilia: l’arancino di riso. L’Istituto Alberghiero A. Moncada di Lentini, guidato dallo chef Sebastiano Bafumi, ha preparato il classico arancino a punta con sugo di carne e piselli. Non mancavano versioni tondeggianti dai ripieni innovativi, come spinaci, prosciutto e formaggio.

 Quello che ho capito è che in realtà il ripieno dell’arancino nel catanese non si prepara con la carne trita! I bocconcini di manzo che vengono fatti stracuocere con il pomodoro e con l’aggiunta finale di piselli. Resta l’incognita dello zafferano:  serve per conferire colore o è facoltativo? Il pezzetto di scamorza dolce, che fila nell’arancino appena fritto, non manca mai. Per l’impanatura niente uovo, ma una pastella di acqua e farina e pangrattato.

arancini savia catania

E il riso? Per ora non è stato identificato un vero e proprio “riso da arancino”. Come sommelier del riso concordo con la scelta dello chef Bafumi: un Ribe siciliano coltivato da Nello Conti. Chicco Lungo A, leggermente più piccolo di un riso da risotto, consistente e dal buon rilascio di amido per legare i chicchi. Il primo morso l’ho dato in punta, ma sembra che l’arancino si mangi al contrario! Essendo un cibo da passeggio, sarebbe più comodo tenerlo dalla punta e mangiarlo lungo i bordi. 

Si pensa che lo street food sia una moda degli ultimi anni, ma in realtà già gli Arabi ne facevano uso per esigenza, durante i lunghi spostamenti. Pensate che potessero fermarsi e magari apparecchiare la tavola con le stoviglie? In effetti no, i pasti avvenivano lungo il tragitto, magari a cavallo. Il pranzo doveva essere facilmente estraibile dalla bisaccia e comodamente consumabile. L’arancino, con la sua panatura dorata che racchiude il ripieno, sembra perfetto per lo scopo. Si dice che anche Federico II portasse con sé gli arancini durante le battute di caccia.

cudduruni

E i “cudduruni” non hanno forse la stessa funzione? Non c’entrano con il riso, perché sono preparati con l’impasto del pane tirato sottile sottile, farcito di verdure – broccoli o erbette o cipolle – chiuse tra due strati di pasta arrotolata ai bordi. Anche i cudduruni, per lo stesso motivo degli arancini, ricordano un cibo da viaggio.  Stessa cosa per gli ‘mpanatigghi, biscotti ripieni impanati, simili a piccoli panzerotti a forma di semiluna, riempiti con carne e cioccolato di Modica. Avete capito bene, un dolce con la carne. Il motivo esatto non si sa, ma forse gli Arabi, avendo tanta fretta nei loro viaggi, avranno optato per un piatto unico!

Infine ho scoperto che con il riso si fanno anche ottimi dolci di passeggio. A Catania la friggitoria Stella prepara le crispelle di riso, con scorzetta d’arancia e il miele di Zagara. Il riso cotto nel latte è una tradizione tipica anche del nord. In questo caso si creano delle polpette di riso che vengono poi passate nella farina e fritte nella “sugna” (lo strutto) invece che l’olio, come vuole la la tradizione culinaria locale. 

D’altronde le prime ricette di riso, di cui si trova testimonianza nei trattati di cucina, sembrano essere prevalentemente dolci. In “Banchetti composizioni di vivande e apparecchio generale” di Cristoforo Messisburgo, nel 1549, si parla già di riso con lo zafferano. Questo viene cotto nel latte con mandorle, cannella e uva passa, sicuramente una preparazione da dessert. Più avanti, nel 1857,Giuseppe Biundi, definirà nel Dizionario siciliano-italiano l”arancinu come “una vivanda dolce di riso fatta alla forma della melarancia”.

antica friggitoria stella Catania
Antica friggitoria Stella Catania

Torno da questo viaggio in Sicilia, tra Lentini e Catania, ancora più innamorata di questa terra. Ho nuove domande e nuovi spunti che vorrei approfondire sulle origini del riso e del suo uso in cucina. Ad esempio, nella storia enogastronomica benedettina catanese del ‘700, si trovano testimonianze scritte di un “melone di riso riempito di carne aggrassata”, una sorta di grande arancino. Nel romanzo “I Vicerè” di  Federico de Roberto, pubblicato nel 1894, si parla di una “palla di riso ripiena di carne” che dovrebbe essere l’antesignana dell’odierna arancina.

Queste e altre chicche mi sono state regalate con generosità da persone di cuore che ho avuto la fortuna di conoscere in questo breve ma intenso week end siciliano. Spero di poterle approfondire come meritano… quindi continuate a seguire sul blog le vicende del riso in Sicilia!

E se avete spunti e nuove informazioni, mi raccomando, scrivetemi 🙂

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